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I volontari raccontano
“Era un caso di sospetta SARS e abbiamo adottato i presidi anticontagio previsti per il rischio, poi si è rivelato un inutile allarmismo! La famiglia era numerosa, lo sguardo timoroso e attonito di un bimbo faceva capolino da dietro una porta e mi ha colpito… in effetti somigliavamo proprio ad alieni! Vestiti di rosso con le bande argentate, i volti celati da strane maschere, indossavamo guanti di lattice e curiosi occhialoni grandi, abbiamo invaso la sua casa e circondavamo il suo papà, perché? Si sarà chiesto. Qualunque autoprotezione non avrebbe resistito ai suoi occhi, ho scoperto il viso, mi sono chinata e gli ho sorriso come se tutto fosse uno scherzo, lui timidamente ha ricambiato il gesto ed è scappato nella sua cameretta a giocare!” “Abbiamo trasportato una signora anziana in Ospedale a seguito di un leggero malore. Niente di grave ma era spaventata. Durante il trasporto le ho parlato, l’ho accarezzata, ho cercato di tranquillizzarla, nulla di più. Non sapevo probabilmente che quello di cui aveva più bisogno in quel momento erano questi semplici gesti. I suoi occhi colmi di riconoscenza mi hanno commosso, quel Grazie, detto col cuore, mi ha regalato una soddisfazione e una pienezza immensa. L’ambulanza è equipaggiata per ogni evenienza ma la terapia più efficace è la vicinanza e il calore umano”. “La ricetta di un buon soccorritore è mantenere il self control per agire lucidamente sul paziente, ero persuaso di poterlo fare sempre, in qualsiasi situazione. Forse non prevedevo l’eccezione: una creatura aveva deciso inaspettatamente di venire alla luce e lo ha fatto davanti a me, inesperto, annebbiato dall’emozione e in ambulanza durante la corsa forsennata verso il vicino ospedale! Grazie a Dio, dove l’uomo pone esitazione la natura provvede a rimediare il disagio, così è nato, nelle mie mani e sotto i miei occhi increduli e bagnati dal pianto gioioso. Il quadro si è concluso lieto in pronto soccorso: la mamma provata ma felice con il suo pargolo adagiato sul grembo, io, intento a stringere il cordone ombelicale che ancora gli univa, levitavo dieci metri più in su!”
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